Ultimo Tango a Parigi

INTERVISTA A LUNA GUALANO

Regista di Go Home – A Casa Loro

Da dove nasce l’idea per Go Home?

Io ed Emiliano eravamo in macchina assieme, stavamo parlando dell’omicidio di Fermo, era luglio 2016. Lui mi guarda e mi dice che da tutto questo odio, illogico e malsano, bisognerebbe trarre un film su un’invasione zombie ambientato in un centro d’accoglienza. Un’intuizione di questo tipo andava colta al volo. Di seguito abbiamo lavorato insieme alla struttura del soggetto e, successivamente, lui si è occupato della scrittura della sceneggiatura, lavoro durato diversi mesi.

In seguito come si è sviluppato il progetto?

Go Home nasce da un percorso lungo, variegato e piuttosto complesso. Un anno di pre-produzione, due settimane di riprese ed un anno di post-produzione. Il film è stato realizzato senza una grande produzione alle spalle. Io e lo sceneggiatore (Emiliano Rubbi ndr) abbiamo fatto società ed abbiamo trovato tante piccole realtà, formate sostanzialmente da lavoratori che hanno deciso di sacrificare la loro estate per dare un contributo alla causa. Abbiamo Baburka che ha realizzato gli effetti visivi, gli effetti speciali ed i costumi; la Cocoon che ci ha aiutato nell’organizzazione dei lavori; la MB Production che ci ha fornito un operatore e tutta l’attrezzatura; AKA Film che ci ha aiutato a livello amministrativo. Considera che tutti quanti hanno partecipato al progetto non per una remunerazione, dal primo attore fino all’ultimo collaboratore. Non senza difficoltà, sia chiaro. Le questioni burocratiche complesse sono state molteplici. Molti degli attori impegnati nell’opera sono tutt’ora richiedenti asilo, il che ha portato alcune ovvie complicazioni. Quindi si tratta di un low budget con investimenti economici pressoché inesistenti, ma il capitale umano impegnato nell’opera è gigantesco. Parliamo di più di un centinaio di persone che hanno aderito al progetto. Senza tutto questo Go Home non sarebbe mai esistito.

Che ruolo ha avuto il crowdfunding?

Il crowdfunding è stato fondamentalmente un aiuto, ma avremmo realizzato il film anche senza. È servito principalmente per migliorare gli effetti visivi e per permettere una migliore condizione lavorativa sul set.

Quali sono i riferimenti (cinematografici e non) che più ti hanno influenzata durante la realizzazione di Go Home?

Io credo che un regista difficilmente abbia dei riferimenti intellettualizzati. Il più delle volte ti rendi conto di aver fatto riferimento a qualcuno dopo aver girato il film. Penso che nei miei lavori ci sia una piccola parte di tutto ciò che ha contribuito alla mia formazione. Nello specifico, in Go Home ritengo ci siano più influenze di altre forme d’arte rispetto a quella cinematografica, come per esempio quella fumettistica. Tutto l’interno del centro d’accoglienza è ricostruito, fotograficamente e scenograficamente, volutamente sopra le righe come se fosse disegnato.

Qualche titolo in particolare?

Adoro Sin City di Miller, The Walking Dead di Kirkman. Adoro lo stesso Andrea Pazienza, ma non ci trovo molto della sua arte in Go Home. Quando parlo di riferimenti penso più al mezzo espressivo che al titolo o all’artista in particolare.

Nel corso della tua carriera hai diretto diversi videoclip. Questo tuo background emerge in alcuni punti di Go Home, dove emerge la musica come mezzo espressivo e non solo come accompagnamento. Come hai gestito questi momenti e come la tua esperienza pregressa ti ha aiutato?

Di base a me piace molto utilizzare la musica all’interno dei miei lavori per creare contrasto e non solo per accompagnare. Penso che questo dia più profondità e più spessore a ciò che si sta guardando, perché aggiunge un piano di lettura ulteriore. In questo ho trovato l’appoggio di Emiliano Rubbi (anche sceneggiatore ndr.) che ha curato anche la colonna sonora originale insieme ad Eugenio Vicedomini, nonché la scelta dei brani ed il rapporto con i gruppi, la parte non originale della colonna sonora. Personalmente sono molto legata alla musica come ulteriore elemento di racconto. Per esempio in una parte del film parte Il Galeone, un canto anarchico al quale sono particolarmente legata, dove l’autore, Belgrado Pedrini, fa un parallelismo tra l’essere prigionieri in un carcere ed essere degli schiavi sopra un galeone. Ho pensato fosse interessante come questo canto si sposasse con il film, dove si parla di un gruppo di immigrati arrivati in Italia su dei barconi, con tutto quello che comporta, che si trovano poi prigionieri all’interno del centro d’accoglienza con l’apocalisse all’esterno. Mi ha stupito come un canto del genere si adattasse tanto bene a due situazioni così differenti, da qui la scelta di lasciare il brano per intero.

Nonostante sia stato scritto più di due anni fa, oggi il film risulta molto attuale.

In realtà in quel momento abbiamo pensato che, considerato i lunghi tempi di lavorazione, il film sarebbe diventato obsoleto. Diciamo che la nostra era una speranza. Paradossalmente, ci ritroviamo in un momento in cui la situazione gioca a nostro favore, ma allo stesso tempo ne avremmo fatto tranquillamente a meno. Mai avrei pensato che il film diventasse una sorta di spaccato del reale, basti pensare alla vicenda della nave Diciotti.

Come si possono collocare secondo te il cinema, e la cultura in generale, in questo contesto sociale?

Nonostante in questo periodo della mia vita e del mio percorso professionale ne abbia sentito il bisogno, parto comunque dal presupposto che un film non debba contenere necessariamente un messaggio all’interno. Per quanto ci riguarda, sentiamo particolarmente alcuni temi sociali all’interno di Go Home, come la libertà dell’individuo a muoversi e la libertà di poter vivere in pace senza essere odiato, perché sono anche una nostra necessità individuale ed è normale quindi che ritornino nell’opera. Questo perché la sentiamo come nostra necessità individuale ed è normale che si rifletta nell’opera. Non è però un dovere del cinema educare, quello dovrebbe farlo la scuola ed oggi non lo sta più facendo nel modo giusto. L’unica speranza di cambiamento risiede nella società civile, conosco diverse realtà che fanno un lavoro sociale quotidiano sul territorio contro il razzismo ed a favore dell’integrazione. Tutto però parte da un impulso individuale, è più un percorso civile che strettamente culturale.