Menocchio

REGIA: ALBERTO FASULO
SCENEGGIATURA: ENRICO VECCHI, ALBERTO FASULO
SCENOGRAFIA: ALESSANDRA RICCI
FOTOGRAFIA: ALBERTO FASULO
MONTAGGIO: JOHANNES HIROSHI NAKAJIMA
MUSICHE: PAOLO FORTE
COSTUMI: VIORICA PETROVICI
INTERPRETI: MARCELLO MARTINI, MAURIZIO FANIN CARLO BALDRACCHI, NILLA PATRIZIO, EMANUELE BERTOSSI, AGNESE FLOR
PRODUZIONE: NEFERTITI FILM, RAI CINEMA
PAESE DI PRODUZIONE: ITALIA, ROMANIA
DISTRIBUZIONE: NEFERTITI FILM
ANNO: 2017
DURATA: 103 minuti

Domenico Scandella, detto Menocchio, è un mugnaio friulano, umile ed analfabeta ma molto considerato ed ascoltato in paese, anche dal proprio sacerdote. Il tutto sebbene la sua visione di dio sia assolutamente antitetica alla dottrina ecclesiastica. Siamo alla fine del cinquecento. Il protestantesimo sta avanzando facendosi forza sulla scarsa rettitudine dei ministri ecclesiastici. In questo clima, le sue teorie panteiste lo portano a scontrarsi col tribunale dell’inquisizione pronto a combattere con il sangue l’eresia ed ogni opinione contrastante ai dogmi. L’anziano viene prima arrestato, poi imprigionato, infine più volte interrogato. Cocciuto e fiero, ripete davanti ai prelati le proprie convinzioni da autodidatta. Malgrado i tentativi dei familiari ed amici per convincerlo a ritrattare e aver salva la propria vita, Menocchio, stufo dei soprusi e degli agi della chiesa, non cede, anche perché è convinto che come uomo ha diritto di confrontare le proprie idee con chiunque, fosse anche il pontefice, sicuro che il suo pensiero abbia pari dignità rispento al dogma. Un film coraggioso che affronta un tema non consueto nel cinema italiano e lo fa senza spettacolarizzazione, ma incentrandosi sui personaggi e sui dialoghi; la fotografia quasi caravaggesca accentua e drammatizza il dolore e la forza morale del protagonista capace di affrontare il tribunale, forte solo delle proprie convinzioni.

PREMI E RICONOSCIMENTI:
Il film è stato presentato in concorso al Festival di Locarno 2018 ed ha vinto il Premio ANNECY CINEMA ITALIEN 2018

CURIOSITÀ:
Il libro Il formaggio e i vermi di Carlo Ginzburg nel 1976 raccontò la vicenda di Menocchio al pubblico. Dal 1989 il Circolo Menocchio di Montereale Valcellina si occupa di promozione culturale e di approfondimenti storici.

INTERVISTA AD ALBERTO FASULO

Regista di Menocchio


Con questo film ci hai riportato indietro all’inquisizione medioevale attraverso la figura di Menocchio. Come ti sei imbattuto nella storia del mugnaio friulano e perché hai deciso di raccontarla? 

Menocchio è un personaggio molto famoso nel mio territorio, in Friuli, nella provincia di Pordenone; se ne parla già dalla scuola, è un po’ il nostro Sant’Antonio da Padova. Ho sentito l’esigenza di confrontarmi con questa statura morale. Mi è sembrato importante e giusto farlo senza badare troppo alle questioni commerciali ed ai temi che siamo abituati ad affrontare. Se non proviamo a cambiare le cose non cambieremo mai. La produttrice mi ha detto “Proviamoci!” . Malgrado la difficoltà di fare un film con un soggetto così inusuale, ci sono stati dei finanziatori illuminati come Rai Cinema che hanno capito l’importanza di fare questi film e lo hanno difeso sin da subito. Raccontando bene la chiave di lettura che volevo dare, scrivendola e difendendola, l’hanno compresa ed è stato possibile fare il film.

Il film affronta uno dei momenti più bui della storia ecclesiastica e pone in evidenza tutte le contraddizioni della chiesa romana medioevale, ma al tempo stesso pone al centro la spiritualità. Quale di queste critiche sono ancora oggi attuali e qual è il tuo rapporto con la religione? 

Il mio rapporto con la religione è un rapporto politico, perché distinguo nettamente la religione dalla fede o dalla spiritualità. Credo che la spiritualità e la fede, che non è solo la fede cristiana, cioè il sentire il proprio rapporto con le cose, con la vita, sia molto più grande di noi ed è qualcosa che abbiamo tutti noi, chi più chi meno; è qualcosa di universale come le gambe, gli occhi o il desiderio di sentirsi amati e riconosciuti. Io sono cresciuto in un contesto cattolico, nella provincia italiana del nord ed ho questo background cattolico. E proprio per questo per me Menocchio era un’occasione per mettere ordine e dare un volto ai vari aspetti dentro di me che combattono. La critica che il film sostiene nasce quando la religione pretende di decidere del pensiero e delle azioni delle persone. Allora parliamo di stato, di leggi, non di dogmi o di indicazioni. Per me la critica è mossa ad un potere. Menocchio si pone di fronte ad un potere, non ad una chiesa. La sua dialettica è un ragionamento contro un potere. Ma qualsiasi potere non accetta la messa discussione. Ed allora parliamo di stato e non una religione. La religione non può imporre ma indicare, anzi meglio ascoltare. Gli uomini devono essere liberi.

Sono rimasto molto colpito dalla fotografia che tu stesso hai curato, mi è parso di vedere una scelta stilistica ben precisa che aumenta la drammatizzazione della vicenda. 

La fotografia è un elemento importante per raccontare una storia, in questo è stata utilizzata per dare forza visiva. Ma anche perché, raccontando una storia del cinquecento, mi sembrava una ottima ragione per restituire una tradizione pittorica per cui siamo famosi in tutto il mondo.