Cinema e Scuola

Il rapporto con le scuole rimane una priorità per l’Associazione Porretta Cinema e la proiezione di pellicole dedicate agli studenti costituisce uno degli immancabili eventi nel fitto programma del Festival.
In questa XVII edizione il film scelto è Zen – Sul ghiaccio sottile di Margherita Ferri, girato in gran parte proprio sul nostro Appennino, incentrato sul sempre purtroppo attuale tema del bullismo.
La proiezione avverrà come da tradizione a Porretta, lunedì 3 dicembre, ma sarà presentato anche a Lagaro, per le scuole di Castiglione dei Pepoli, mercoledì 5, a suggellare il sempre più stringente legame del Festival col territorio.

Per gli studenti, inoltre, continua la fortunata e coinvolgente esperienza della giuria giovani: questa speciale giuria, composta da un gruppo di studenti dell’Istituto Montessori – Da Vinci e del C.P.I.A. Montagna, avrà il compito di visionare le pellicole del concorso “Fuori dal Giro”, partecipare ad alcuni incontri per discutere dei film, incontrare ospiti e protagonisti del Festival, ed infine, con una valutazione collettiva, selezionare il vincitore del Premio Giuria Giovani.

INTERVISTA A MARGHERITA FERRI

Regista di Zen sul ghiaccio sottile

Il film è nato dall’esperienza della Biennale College, il progetto di formazione della Biennale di Venezia, ci puoi raccontare questa esperienza?

È stato bellissimo, un percorso unico in Italia che io consiglierei a tutti i registi all’opera prima, innanzitutto perché ti permette di sviluppare il film in completa libertà artistica con l’aiuto ed il supporto di tutor da tutto il mondo molto preparati che lavorano per sviluppare l’idea del regista e di tirare fuori l’autorialità.

Il film parla di identità di genere, tema già affrontato con il tuo corto Odio il rosa. Perché l’urgenza di affrontare tale tema oggi, soprattutto tra i ragazzi più giovani?

Il fatto che abbia fatto due lavori che hanno un tema analogo, in parte, è un caso, però sicuramente è un tema che interessa molto e voglio esplorarlo. In realtà nella storia di Zen in origine non si parlava di identità di genere; è qualcosa che entrato nella storia durante i laboratori di Biennale quando mi sono resa conto che sarebbe stato interessante raccontare un personaggio, anche inedito in Italia, come una ragazza che si interroga sulla propria identità. Poi io vengo dalla comunità lgbt e pertanto ho tutto il quadro, racconto qualcosa che mi è molto vicino e a cui tengo molto.

L’anno scorso un altro film, Asteroide, sempre prodotto da Articulture è stato presentato in Concorso a Fuori dal Giro ed allora erano in corso le selezioni per i protagonisti del tuo film. Come sono avvenute le selezioni e come è stato lavorare con ragazzi giovanissimi e tutti alla prima esperienza?

Hai ragione, sono tutti esordienti tranne Fabrizia Sacchi (la madre di Maia) e Marco Manfredi (il coach di Zen). Io volevo lavorare con dei non-attori, per me era molto importante per avere un certo realismo e non rischiare di avere delle forzature nel racconto dei personaggi. Ho fatto sia dei casting tradizionali e sia dei laboratori sul territorio, nelle scuole di Porretta Terme e di Castiglione dei Pepoli, per trovare altri membri del cast. Sono stati dei laboratori molto belli perché abbiamo fatto prima degli incontri con il gruppo scuola del Cassero di Bologna sulle tematiche del bullismo omofobico e sulla identità di genere per sensibilizzare i ragazzi sul tema del film. Poi con una speaking coach, Cristiana Raggi, abbiamo iniziato un percorso più vicino alla recitazione per capire chi era più portato per finire nel film. Effettivamente è stato un percorso molto interessante perché sono usciti quattro ragazzi che fanno parte del cast, uno di Porretta, due di Castiglione e uno di Vergato, oltre che tutti i ragazzi che hanno fatto le comparse.

Perché hai scelto di girare in Appennino? Il film è ambientato in provincia ed in particolare sull’Appennino tosco-emiliano dove il paesaggio non è un mero sfondo ma sembra quasi essere un protagonista lui stesso. E poi vorrei che ci raccontassi le immagini dei ghiacciai che scandiscono le emozioni e la crescita della protagonista.

Il ruolo del territorio è molto importante nel film, abbiamo girato a Fanano, Fellicarolo e Castiglione dei Pepoli, non è solo un’ambientazione ma volevo raccontare una specie di paesaggio emotivo di Maia anche attraverso la sua relazione col territorio. Questa montagna un po’ aspra e dimenticata che lei ama e poi odia allo stesso tempo, e quindi mi sono presa anche in montaggio un grande spazio per raccontare l’Appenino. Per quanto riguarda il materiale d’archivio dei ghiacciai volevo raccontare un po’ un paesaggio interiore: i moti dell’anima della protagonista vengono visualizzate attraverso questi luoghi da tutto il mondo.

Sempre per tornare sul ghiaccio, altro contenitore del film è l’hockey. Come nasce questa scelta? Era presente già nella stesura iniziale o è funzionale all’ambientazione? L’idea anche della competizione sportiva come esempio di una passione, ma anche ambiente competitivo dove le diversità emergono ancora più prepotentemente.

L’hockey non era nella stesura iniziale del film, ma è arrivato quando abbiamo deciso con la casa di produzione Agricolture di ambientarlo nel nostro Appennino, e quindi abbiamo scelto Fanano, dove su questa pista del ghiaccio è stato possibile inserire i conflitti tra tutti i personaggi all’interno di una stessa arena. In più l’hockey, che ha questa divisa molto pesante, quasi una specie di corazza, per me è una metafora anche della separazione tra Maia ed il mondo, il simbolo di questa protezione, quasi una armatura che si mette nei confronti del mondo. Inoltre è uno sport molto maschile e ci sembrava adatto per raccontare le avventure di Maia nel mondo di questi uomini che quasi non la accettano.

Il tema del bullismo è funzionale al tema dell’identità di genere o riguarda comunque un momento di crescita adolescenziale nell’affrancamento della propria identità?

Maia viene aggredita e bullizzata perché diversa. Quindi al di là del tema del film, quello che è il motivo del bullismo è un suo aspetto interiore. Io credo che questo possa parlare un po’ a tutti, tutti ci siamo sentiti una volta “diversi” nell’adolescenza, per un motivo o per l’altro. Il bullismo va a colpire proprio questo, se sei grasso, se hai gli occhiali piuttosto che se sei una ragazza ma sembri un maschio o se hai la pelle nera. In questo senso ritengo sia legato al tema più ampio della diversità.